Le ottime intenzioni di un padre di famiglia - Il discorso di Squinzi

Signor Presidente del Consiglio, Autorità, cari Colleghi, abbiamo vissuto i dodici mesi trascorsi dalla mia prima Assemblea con ansia e preoccupazione, a tratti con angoscia per le sorti del nostro Paese. Con il passare delle settimane si è quasi perso il senso di futuro, di speranza, materia prima vitale per tutti. L’Europa si è fermata. Ovunque la crisi e le ricette adottate per fronteggiarla hanno aggravato la recessione, alimentato populismi e diffuso soluzioni demagogiche. Anche la Germania, che si sentiva immune da tutti i mali, fiera della solidità del proprio Stato e della propria economia, appare meno certa del proprio futuro e dell’austerità imposta.
16 AGO 20
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Signor Presidente del Consiglio, Autorità, cari Colleghi, abbiamo vissuto i dodici mesi trascorsi dalla mia prima Assemblea con ansia e preoccupazione, a tratti con angoscia per le sorti del nostro Paese. Con il passare delle settimane si è quasi perso il senso di futuro, di speranza, materia prima vitale per tutti.
L’Europa si è fermata. Ovunque la crisi e le ricette adottate per fronteggiarla hanno aggravato la recessione, alimentato populismi e diffuso soluzioni demagogiche.
Anche la Germania, che si sentiva immune da tutti i mali, fiera della solidità del proprio Stato e della propria economia, appare meno certa del proprio futuro e dell’austerità imposta. Oggi, la sensazione di aver intrapreso una strada troppo ripida induce anche i più duri sostenitori del rigore a correggere le proprie convinzioni. In Italia, la forte instabilità istituzionale e politica e la costante emorragia di posti di lavoro e di imprese che chiudono hanno segnato la cronaca di tutti i giorni.
Il Paese si è trovato soffocato in una duplice stretta. Da un lato, il disagio sociale ed economico ha alimentato una rabbia diffusa contro la politica e le istituzioni (…). Dall’altro, la politica invece di rispondere con uno scatto di orgoglio e rinnovamento, si è persa in tatticismi. Abbiamo perso tutti.
(…) Per trovare una via di uscita si è ricorsi ancora una volta alla saggezza del Presidente Napolitano, alla cui dedizione istituzionale va il nostro applauso più grande. Alla Sua disponibilità tutti noi dobbiamo una riconoscenza particolare. Dopo il nostro ultimo colloquio, con la concretezza di un uomo che ha servito per tutta la vita il Paese e sa distinguere ciò che è urgente e ciò che è importante, il Presidente ha lanciato un messaggio forte sul pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione: rimettiamo in circolo linfa vitale, onoriamo gli impegni con le imprese italiane. Lo ringrazio ancora oggi per quel gesto.
(…) Una vera e propria manovra finanziaria per le imprese, inattesa e che molti davano per persa. Non ce l’abbiamo ancora fatta. Non è perfetta. Lo so. Infatti siamo impegnati per migliorarla. Con un’avvertenza. Se per qualche ragione il nostro credito venisse usato per altri fini, chi ci governa sappia che il rapporto con gli imprenditori sarà compromesso irreparabilmente.
(…) I danni che la recessione ha inferto al settore industriale sono gravissimi. Tra il 2007 e il 2013 il PIL italiano è sceso di oltre l’8 per cento ed è tornato ai livelli del 2000. Nessun altro paese dell’Eurozona sta vivendo una simile caduta, con l’eccezione della Grecia. La produzione è crollata del 25 per cento, in alcuni settori di oltre il 40 per cento. Negli ultimi cinque anni oltre 70mila imprese manifatturiere hanno cessato l’attività. La redditività aziendale è profondamente erosa.
(…) La tenuta del tessuto sociale è messa a dura prova. Le unità di lavoro sono calate di 1,4 milioni. L’occupazione è diminuita pericolosamente, crollata tra i più giovani. I disoccupati sfiorano i tre milioni.
A onor del vero non è tutta colpa della crisi. Dal 1997 al 2007 il tasso di crescita dell’economia italiana è stato mediamente inferiore di circa un punto percentuale l’anno a quello dei paesi dell’area euro.
(…) Per tornare a produrre più benessere l’Italia, deve fare leva sulla sua risorsa più importante: la vocazione industriale in tutte le sue declinazioni. Il manifatturiero è il motore del nostro sistema, l’unico in grado di riattivare il resto dell’economia, perché acquista beni e servizi prodotti dagli altri settori. Dall’industria viene il 17 per cento del PIL, il doppio se consideriamo l’indotto, l’80 per cento dell’export del Paese, la maggior parte degli investimenti in ricerca e innovazione e la creazione dei posti lavoro più qualificati e meglio retribuiti. Di manifatturiero vivono otto milioni di famiglie. Questi numeri non si possono ignorare.
Domanda e competitività sono le due leve su cui agire per ritrovare la strada della crescita. (…) Senza interventi decisi e concreti, la crescita del Paese non supererà per molto tempo lo 0,5 per cento annuo, del tutto insufficiente a creare lavoro e a risollevare i destini di tantissime imprese. (…) Da Paese manifatturiero non possiamo permetterci la differenza di competitività rispetto ai nostri concorrenti. In Italia da anni il costo del lavoro sale, in Germania scende. Le nostre imprese pagano di più, i nostri lavoratori guadagnano di meno. Il cuneo fiscale nel 2012 è stato oltre il 53 per cento del costo del lavoro, tra i più elevati nell’area OCSE. Questo vuol dire che più della metà di quello che le imprese pagano ai lavoratori va nelle casse dello Stato. Bisogna ridurre questo cuneo, eliminando il costo del lavoro dalla base imponibile IRAP e tagliando di almeno 11 punti gli oneri sociali che gravano sulle imprese manifatturiere. Il mercato del lavoro è troppo vischioso e inefficiente. Occorre garantire più flessibilità in ingresso e nell’età del pensionamento, per favorire il ricambio generazionale. (…)
L’Italia ha bisogno di modernità anche nelle relazioni industriali. L’intesa che abbiamo raggiunto il 21 novembre scorso a Palazzo Chigi va in questa direzione, perché fissa con chiarezza due passaggi importanti per costruire un sistema nuovo: rappresentanza e valorizzazione della contrattazione aziendale per rafforzare la produttività. Abbiamo firmato accordi con i Sindacati per valorizzare la contrattazione aziendale.
(…) E proprio per l’importanza di questi accordi e principi, in tutta franchezza non nascondo la mia contrarietà sul modo con cui il Governo ha reperito le risorse destinate a finanziare gli ammortizzatori in deroga. Scelta che comporta il rischio concreto, segnalato al Governo, di generare altra disoccupazione. (…)
Il nostro welfare è messo in discussione dalle ristrettezze di bilancio pubblico, dall’evoluzione demografica e dal mutamento della domanda dei cittadini.
(…) Guardiamo cosa accade in Europa, dove convivono filosofie organizzative e modelli diversi: l’abbondanza statale francese, la scarna razionalità inglese o l’articolazione solida del federalismo tedesco. Una cosa appare chiara: il livello di efficienza è sempre più elevato di quello italiano, prova del fatto che l’unica scelta da non fare è il non scegliere.
Quello che è accaduto in Italia con la revisione del Titolo V della Costituzione: un ibrido inefficiente, un sistema irrazionale, in cui l’intrecciarsi dei diversi livelli decisionali duplica o triplica le responsabilità su una stessa materia. Questo genera costi impropri e inefficienza. (…) Nessun serio progetto di semplificazione e di riorganizzazione della Pubblica Amministrazione sarà efficace se non si avvia, da subito, la riforma del Titolo V. Deve essere chiaro che i temi dell’economia e degli investimenti produttivi non possono essere gestiti da ventuno legislatori diversi. Deve essere chiaro che esiste un principio di superiore interesse nazionale necessario per superare veti e resistenze.
A proposito di semplificazione. Sapete quanto il tema mi sia caro. Perché abbia successo, occorre allora che non sia più lo sforzo isolato di qualche Ministro, ma una pratica consolidata, a tutti i livelli di Governo. Per dare un segnale concreto, ho già inviato a Palazzo Chigi un pacchetto di proposte. Contiene misure che incidono su alcuni degli aspetti più sensibili per chi fa impresa. (…)
I mali fiscali italiani restano intatti. Non dico niente di nuovo. Abbiamo un fisco punitivo e di intensità unica al mondo. Scoraggia gli investimenti e la crescita. Esattamente il contrario di quello che dovrebbe fare. Ma questo non è nemmeno il problema più grave, perché il fisco italiano è anche opaco, complicato, e incerto nella norma. Quanto di peggio si possa immaginare per un investitore. Il fisco italiano sembra dire agli imprenditori che crescere non conviene, perché al crescere delle dimensioni aumentano oneri amministrativi, fiscali e previdenziali. (…) Abbiamo apprezzato l’impegno che il Governo ha assunto con il decreto sull’IMU. Diamo per acquisita la revisione della disciplina fiscale sui beni strumentali alle attività di impresa entro il 31 agosto. Chiediamo un fisco a supporto di chi crea ricchezza e la distribuisce, trasparente e rispettoso dei diritti dei cittadini e delle imprese. Questo ce lo aspettiamo e il Paese lo merita. Perciò incoraggiamo il Governo a riprendere la Delega fiscale, la cui approvazione è stata interrotta alla fine della passata Legislatura, mettendo a frutto il buon lavoro svolto fino a quel momento.
A un fisco tanto complesso da risultare iniquo, si somma la situazione del credito che rende quasi impossibile, non gli investimenti, ma l’ordinaria gestione delle imprese e ne mette in pericolo la sopravvivenza. È di primaria importanza l’immissione di liquidità nel sistema. Lo stock dei prestiti erogati alle imprese è calato di 50 miliardi negli ultimi diciotto mesi. Un taglio senza precedenti nel dopoguerra. Quasi un terzo delle imprese ha liquidità insufficiente rispetto alle esigenze operative. Dobbiamo contrastare la terza ondata di credit crunch. Per questo guardiamo con interesse e attesa alle misure annunciate dalla BCE per sbloccare il mercato del credito. A livello nazionale è però necessario potenziare gli strumenti esistenti e lavorare con le banche a un nuovo accordo sul credito per sostenere le imprese in questa delicata fase congiunturale, ponendo le basi per lo sviluppo futuro. (…) Questo richiederà il rilancio del mercato dei capitali e la piena consapevolezza delle imprese, che nel cammino verso la ripresa non potranno prescindere dal rafforzamento della propria struttura patrimoniale. (…)
Se osservassimo in modo astratto i costi della giustizia italiana, questa dovrebbe funzionare bene almeno come nella media europea. Non è così, e da anni la questione arroventa più che altro dibattiti e talk show. L’amministrazione della giustizia è la pietra angolare della società civile, l’ecosistema in cui le imprese operano e i diritti degli individui sono tutelati. Il suo funzionamento costituisce una delle condizioni necessarie per garantire il vivere ordinato, favorire il corretto sviluppo dell’economia di mercato e stimolare gli investimenti.
(…) Il peso diretto o indiretto dello Stato e della Pubblica Amministrazione sfiora il 60 per cento del valore del PIL nazionale. Bisogna restituire alla libera iniziativa pezzi di Paese, liberarli da controlli impropri, spesso incompetenti. Questo capitolo è stato appena sfiorato e poi messo da parte dai governi che si sono succeduti. Le liberalizzazioni riducono le posizioni di rendita e aprono spazi per nuove iniziative imprenditoriali e nuova occupazione. Il mercato liberalizzato aumenta la qualità e riduce i prezzi dei prodotti e dei servizi, a vantaggio di tutti.
Qualcuno ha scritto che non facciamo che lamentarci. Considerando le condizioni in cui siamo costretti a lavorare, se siamo ancora il secondo paese manifatturiero d'Europa, l’ottavo del mondo, forse lamentarci non è la nostra principale attività. Contribuiamo per quasi il 18 per cento al PIL, l’export della manifattura vale circa 500 miliardi di euro l’anno, le nostre imprese lottano su mercati sempre più difficili e reagiscono alle sfide con l’innovazione, guardano a nuovi clienti e studiano nuovi prodotti per nuovi consumatori. Molte delle nostre imprese, le medie e piccole, le multinazionali tascabili, i campioni nazionali nascosti, non emergono nelle statistiche sull’innovazione e la ricerca, ma vi si applicano giorno dopo giorno con risultati straordinari sui mercati di tutto il mondo. È anche grazie a loro se l’Italia è un player nell’innovazione globale. La nostra capacità in termini di cambiamento rapido sul prodotto e sul processo è grande. Il nostro paese rafforza la sua capacità competitiva nel made in Italy e difende ottime capacità nell’alimentare, nella meccanica, nei beni strumentali, nella chimica, nel medicale, nell’aerospazio. È altrettanto vero che però perde posizioni in settori di frontiera.
Vengo ora a una questione che non viene mai inserita, a torto, tra le moderne politiche per l’industria, ma che noi riteniamo debba esserlo a pieno titolo. Il capitale di conoscenza accumulato in Italia attraverso l’istruzione è sensibilmente inferiore a quello dei nostri concorrenti europei, degli Stati Uniti e di molti paesi emergenti. Dobbiamo migliorare il nostro sistema educativo e aumentare l’offerta di tecnici diplomati e laureati, in materie scientifiche in primo luogo. Se guardiamo ai nostri territori rileviamo evidenti corrispondenze tra attrazione degli investimenti, presenza di multinazionali estere e qualità delle persone. Purtroppo in Italia convivono punte ed eccellenza con standard medi troppo bassi.
(…) C’è una parte del Paese in cui lo sforzo per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione assume le caratteristiche di una vera e propria sfida per la sopravvivenza. Nelle Regioni del Mezzogiorno le debolezze strutturali comuni a tutta la penisola si sommano a vecchi e nuovi ritardi. Pare quasi vi sia un impegno perverso per mandare via i giovani migliori, le imprese più importanti, i turisti più interessati. Solo la criminalità sembra perennemente capace di innovare il suo ricatto, nonostante i colpi ricevuti dalle forze dell’ordine, dalla magistratura e dalla coraggiosa rivolta di tanti imprenditori. Oggi li voglio onorare e ringraziare tutti. Il 23 maggio del 1992 Giovanni Falcone, sua moglie, gli uomini della sua scorta venivano trucidati a Capaci. La sua biografia esemplare tra le altre cose ci dice che il riscatto del Mezzogiorno è realizzabile. Una sfida non solo nazionale, ma europea. Il successo richiede l’efficace sinergia di un’azione pubblica finalmente riqualificata e il protagonismo dei privati. (…)
Se Atene piange, Sparta non ride. Confermo oggi la mia analisi dello scorso anno. Contemporaneamente al rilancio del Mezzogiorno dobbiamo affrontare con decisione la questione settentrionale, la sua perdita di connessione con la dimensione europea e una crescente difficoltà di integrazione nel ristretto novero delle regioni industriali forti del nostro continente. Abbiamo conosciuto il nord Italia come una realtà in continuo movimento e crescita, ne abbiamo vissuto le metamorfosi del tessuto imprenditoriale, dalle grandi imprese alla nascita dei nuovi protagonisti: la media impresa, i distretti, le reti di oggi, fino al quarto capitalismo. (…) Ora il motore di questo straordinario modello economico e produttivo batte in testa e manda chiari segnali di allarme che non possiamo lasciar cadere inascoltati, se si vuole che il nostro Paese, tutto, abbia un futuro. (…) Ciò che manca è il tempo, bruciato nelle parole spese vanamente, perché il nord è sull’orlo di un baratro economico che trascinerebbe tutto il nostro paese indietro di mezzo secolo, escludendolo dal contesto europeo che conta. È questo quello che vogliamo?
(…) L’Europa con l’euro ci ha dato la riduzione della volatilità e la stabilità della nostra economia. All’euro e all’Unione incompiuta possiamo dare molte colpe, ma non quella di aver danneggiato la nostra competitività, le cui fragilità hanno radici ben piantate nel territorio nazionale. Oggi è in Europa che troviamo le leve della crescita, nella sua capacità di rilancio degli investimenti, di dotarsi di una politica industriale innovativa e su base comune. (…) Il Governo è impegnato in questi giorni in un esercizio fondamentale: passare l'esame del 29 maggio per chiudere la procedura d’infrazione per deficit eccessivo aperta due anni fa. È un passaggio obbligato per utilizzare le recenti aperture della Commissione e la possibilità di scorporare la spesa produttiva dal calcolo del deficit, introdurre obbligazioni per finanziare infrastrutture e un programma di sostegno all’occupazione, dai giovani a coloro che perdono il lavoro in età matura. La crisi ha dimostrato che il settore industriale torna ad essere l’unica scommessa sicura per il nostro futuro. Da qui urge la definizione e l’applicazione di un “Industrial Compact” che miri a migliorare le sinergie tra le azioni promosse a livello Ue e le politiche industriali degli Stati membri.
A un anno dalle elezioni europee e dall’avvio del semestre di Presidenza italiana, è necessario che il Paese sia pronto a cogliere le sfide negoziali dei prossimi mesi.
Veniamo a noi. Ultimamente si è scritto e detto molto su Confindustria. Molte inesattezze e alcune critiche, a volte condivisibili. Non si è scritto però che Confindustria è stata, è e sarà una casa in cui il confronto è regola. Un’organizzazione ad adesione volontaria che viene scelta perché crea valore con le proprie azioni. Nonostante la crisi, restiamo un sistema fatto da quasi 150.000 imprese, per 5 milioni e mezzo di addetti, che sta aprendo le porte ad altri sistemi e attività a forte potenziale di crescita. La flessione, -0,6 per cento, delle imprese associate è non solo modesta, ma se calata nel contesto che viviamo è, ne converrete, confortante. Non temiamo il confronto né di ripensare il nostro modello organizzativo. La Commissione Pesenti sta lavorando con cura alla riforma dell’organizzazione portando a valore comune il meglio del sistema. (…) Noi non siamo casta, potere forte o debole che sia, salotto più o meno buono. Noi siamo la casa del capitalismo reale: quello produttivo e dell’innovazione.
(…) Noi sappiamo bene che non siamo un paese normale. Siamo straordinari, capaci di eccezionali scatti di orgoglio e reattività. Dateci stabilità politica, una convinta adesione all’Europa, una serie di riforme per uno Stato amico, e saremo un grande moltiplicatore della nostra creatività e capacità di fare industria.